L’arma contro la disoccupazione

In Italia c’è un’arma contro la disoccupazione giovanile ancora troppo poco utilizzata: sono gli Its, gli Istituti Tecnici Superiori. Percorsi formativi post-diploma, di due anni, più raramente di tre, che garantiscono un impiego a oltre l’80% dei ragazzi e delle ragazze che li frequentano. Vere e proprie fabbriche di occupazione. Per molti studenti di questi istituti la garanzia di un posto di lavoro arriva ben prima di finire il percorso formativo, con le aziende che fanno a gara per accaparrarsi gli alunni prima del termine delle lezioni. Soprattutto se la specializzazione in questione è legata alla mobilità sostenibile, alla meccanica o a professioni in ambito di industria 4.0 o meccatronica. Un esempio di successo della scuola italiana e della collaborazione tra mondo dell’istruzione e sistema delle imprese, ma ancora troppo poco conosciuto da giovani e famiglie. 

Fino al 2010 i ragazzi che uscivano dall’esame di maturità con un diploma in mano avevano solo due possibilità: iscriversi all’Università oppure trovare un lavoro. Da 12 anni a questa parte, anche in Italia, così come avviene da diversi decenni in molti altri Paesi europei come Francia e Germania, i ragazzi hanno una terza via da poter tentare: quella degli Its, appunto. Una formazione terziaria a tutti gli effetti. Post diploma, dunque. E alternativa all’Università. Che forma i ragazzi e le ragazze destinati a diventare i futuri quadri intermedi delle imprese, con programmi didattici che conciliano tecnica e cultura, teoria e pratica. Tanta pratica, svolta soprattutto in azienda e nei laboratori. Ne escono, solo a titolo di esempio, esperti di progettazione, comunicazione e marketing della moda. Tecnici per infrastrutture e sistemi di Information e Communication Technology. Personale in grado di implementare in azienda progetti di eco-sostenibilità. Tecnici specializzati in automazione e sistemi meccatronici che realizzano e controllano le macchine con sistemi automatici destinati a diversi tipi di produzioni. Esperti nella mobilità sostenibile di merci e persone. Personale da inserire nelle filiere dell’industria agro-alimentare. Senza contare le figure pensate per lo sviluppo del turismo e la cultura, così come l’enogastronomia e i dispositivi biomedicali. 

Gli Its si stanno affermando come l’anello, fino a ieri mancante, per congiungere domanda e offerta di lavoro e aiutare a districare l’avvilupparsi di uno scenario a dir poco sclerotico che sempre di più caratterizza il mercato del lavoro in Italia. Da una parte le imprese che, come denuncia il Vicepresidente di Confindustria per il Capitale Umano, Giovanni Brugnoli, “non trovano il 40% dei profili di cui sono alla ricerca”. Dall’altra il disorientamento dei giovani che non si capacitano di come, a fronte di una tale richiesta delle imprese, non riescano a trovare lavoro. Il risultato sono le statistiche: in provincia di Varese il tasso di disoccupazione giovanile nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni è pari al 25,3%. Un dato che è sicuramente migliore della media italiana del 29,7%, ma che non può di certo far stappare tappi di Champagne per la gioia. Soprattutto sapendo che la percentuale varesina è comunque più alta del dato medio lombardo del 21,2% e lontanissimo dal ben più basso livello che si registra nell’Unione Europea del 16,6%. Quello della Ue sembra un altro pianeta, anche se visto da territori fortemente industrializzati come quello del Varesotto. Dove alla disoccupazione giovanile bisogna aggiungere anche il fenomeno dei cosiddetti Neet, ossia i ragazzi che né studiano, né lavorano, né sono in cerca di lavoro. Uno spaccato giovanile tra i 15 e i 29 anni che all’ombra delle Prealpi raggiunge la considerevole quota del 18,7%. Anche in questo caso, un dato migliore di quello italiano del 23,7%, ma peggiore di quello lombardo che si ferma al 17,9%. 

“Tra i nostri giovani c’è una mancanza di competenze e skill necessaria che, invece, gli Its sono in grado di colmare offrendo concrete opportunità di collocarsi sul mercato del lavoro”, spiega Brugnoli. Il Vicepresidente di Confindustria parla di “umanesimo tecnologico come cuore pulsante delle imprese: dalla meccatronica alla chimica-farmaceutica, dall’informatica all’agroindustria. Con gli Its la scuola può tornare protagonista della crescita dei territori per sfornare competenze in linea con le rivoluzioni in atto nelle nostre imprese”. Quella digitale in primis: “Proprio per questo le competenze legate alla digitalizzazione sono presenti in tutti i percorsi di studio degli Its e sempre di più dovranno caratterizzarli”, sostiene ancora Brugnoli.

Gli Istituti Tecnici Superiori – spiega Guido Torrielli, Presidente dell’Associazione Rete Its Italy – offrono ai ragazzi e, più in generale, alle persone con in mano un diploma di scuola superiore, di formarsi su sei aree ritenute strategiche per lo sviluppo e la competitività del Paese dove è alta la richiesta di personale tecnico da parte delle imprese”. Più precisamente le specializzazioni riguardano: l’efficienza energetica, la mobilità sostenibile, le nuove tecnologie della vita, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le tecnologie innovative per i beni e le attività culturali e del turismo, le nuove tecnologie per il made in Italy. Una voce, quest’ultima, che si divide in ulteriori e più specifiche declinazioni legate al sistema dell’industria meccanica, al sistema della moda, alle attività agro-alimentari e ai servizi alle imprese. In queste aree i 120 Its sparsi per l’Italia, tutti diretti da una Fondazione, organizzano più di 830 diversi percorsi formativi a cui sono iscritti più di 21.200 studenti. “Un dato estremamente basso e che dobbiamo assolutamente incrementare nei prossimi anni”. Questa la sfida che lancia Brugnoli. Anche perché il gap con il resto d’Europa è impietoso: “Basti pensare alla Germania dove gli iscritti a questo genere di formazione tecnica post diploma supera le 800mila unità”. È anche in questi numeri che si spiegano le differenze sul tasso di occupazione dei giovani tra l’Italia e il resto della Ue. 

“Oggi come oggi – sostiene il Presidente dell’Associazione Rete Its Italy, Torrielli – nessuna famiglia, nessun ragazzo o ragazza che esce dalla scuola superiore può permettersi di non prendere in considerazione l’opzione degli Its per continuare gli studi. Cercando il corso che più piace vicino a casa. Oppure essendo anche disposti, come avviene spesso per gli studenti universitari, a spostarsi in altre province o regioniper creare le competenze necessarie per costruirsi quel futuro tanto agognato e legato alle proprie passioni”. Non fosse altro per i risultati in termini di occupabilità che garantisce lo studio in questi istituti. In tutte le aree tematiche in cui si declinano i vari corsi Its, infatti, secondo le ultime statistiche di Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa) il tasso di occupazione ad un anno dalla fine del percorso di studio è comunque superiore al 70%. Anzi, la media parla di una quota di ragazzi con un lavoro a 12 mesi dalla fine del percorso scelto pari all’80%, con il 91% che ha trovato un impiego coerente con la specializzazione scelta. Chi è praticamente sicuro di trovare un’occupazione sono gli studenti dei percorsi in mobilità sostenibile dove si registra un 86% di ragazzi collocati. Seguono le specializzazioni legate all’industria meccanica (85%), nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (82%), nel sistema moda (81%). Via via tutti gli altri. Alti sono anche i tassi di occupazione nelle tecnologie innovative per i beni e le attività culturali e del turismo (77%), quelli delle nuove tecnologie della vita (78%), nei sistemi per la casa (77%). 

“Il segreto di questi successi in termini di preparazione al mondo del lavoro – spiega il Vicepresidente di Confindustria – sta nel forte legame che i percorsi hanno con il mondo produttivo”. Brugnoli sintetizza il sistema così: “Non esiste Its senza impresa”. Una verità scolpita nella stessa legge che li ha istituiti più di 10 anni fa e confermata anche dalla recente riforma degli Its passata al Parlamento. Secondo il nuovo testo, il 60% del monte ore complessivo è gestito da docenti che devono venire dal mondo del lavoro; gli stage e i tirocini aziendali devono rappresentare almeno il 35% della durata del percorso formativo”. Livelli minimi di aggancio al mondo del lavoro, già superati dalla realtà. Secondo sempre i recenti dati di Indire, già oggi le ore di stage degli studenti Its rappresentano il 45% del totale del percorso formativo effettivo. Le docenze del mondo del lavoro arrivano ormai ad una quota del 72% del monte ore lezioni e il 67% dei percorsi avviene sulla base di tecnologie abilitanti l’industria 4.0, ormai imperante in quasi ogni settore economico. Di più: il 45% dei 2.673 soggetti partner delle Fondazioni che dirigono gli Its sono imprese o associazioni di imprese. A rafforzare questo legame tra Its e industria c’è poi un’altra disposizione della recente riforma degli Its che prevede che la presidenza di tali fondazioni sia proprio “espressione delle imprese fondatrici e partecipanti”. 

“Il modello organizzativo degli Its – spiega Torrielli – prevede che le fondazioni che progettano e gestiscono i corsi siano formate da imprese, Università, enti scolastici e amministrazioni locali. Senza anche solo uno di questi elementi l’Istituto, in sostanza, non può nascere”. L’impresa per creare una formazione legata alle esigenze del mondo del lavoro. L’Università per garantire il livello di preparazione terziaria, ossia post diploma, pur in un ambito tecnico e non semplicemente accademico. Gli enti scolastici e quelli locali (come la Provincia di Varese presente in tutti gli Its del territorio) per tutelare il metodo didattico e l’interesse pubblico generale. Ecco la formula vincente di un modello formativo che si sta affermando, ma che deve ancora spiccare il volo. Il Governo è pronto a fare la sua parte con 1,5 miliardi di euro che dovrebbero arrivare agli Its nei prossimi anni grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Obiettivo: aumentare l’occupazione nel Paese. “Con le risorse del Pnrr – pone l’asticella Brugnoli – dobbiamo riuscire a moltiplicare per quattro se non addirittura per cinque gli iscritti agli Its. L’obiettivo minimo deve essere quello di arrivare alla soglia degli 80.000 frequentanti”. Il dado è tratto. 

L’offerta formativa degli Its in Lombardia

In Lombardia sono 237 le imprese impegnate in partnership con i 20 Its presenti sul territorio. L’offerta formativa conta 178 percorsi attivi per un totale di oltre 4.400 iscritti. Dal 2013 ad oggi gli Its lombardi hanno sfornato 4.555 tecnici specializzati. Di questi risulta oggi occupato praticamente l’80%. Dalle tecnologie dell’informazione, all’agroalimentare. Dall’edilizia sostenibile, alla meccatronica. Dagli esperti di industria 4.0, agli operatori nel sistema della moda. E poi ancora, tecnici della logistica, specializzazioni nella chimica, nei cantieri dell’arte e della cultura. Gli Its lombardi coprono tutti gli ambiti formativi offerti da questo tipo di formazione terziaria. In questa inchiesta di apertura, Varesefocus approfondisce quelli dove è più alta ed incisiva la collaborazione con le imprese della provincia di Varese. Per avere una panoramica completa dell’offerta formativa degli Its lombardi e non solo è possibile consultare il sito internet www.indire.it/progetto/its-istituti-tecnici-superiori. Il momento delle iscrizioni per i corsi che partiranno in autunno è dietro l’angolo. Per ulteriori informazioni è disponibile anche la sezione formazione del sito internet dell’Unione Industriali.

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